Il nostro primo giorno di scuola


Nei corridoi di una scuola che ha riposato durante l’estate i preparativi cominciano presto, fin dai primi giorni di Settembre: le insegnanti di classe e i maestri di materia si incrociano e si incontrano fra i corridoi, i pennelli e le stoffe con le quali arrederanno personalmente le proprie classi.

E i genitori per primi che entrano ed escono dalle classi, si arrampicano su scale a pioli e collaborano con le maestre come api operaie per stuccare, aggiustare, costruire e rendere la scuola un luogo magico e bello per gli occhi e le anime dei loro bambini.

E’ così che è iniziata quest’anno alla Scuola Waldorf di Borgnano, fra riunioni ispirate alla Filosofia della Libertà e incontri con martelli e pennellesse.

Una scuola Waldorf è un laboratorio creativo continuo per i bimbi che la frequentano, ma anche per tutti gli adulti che a diverso titolo la vivono e la alimentano della loro presenza.

Quest’anno ci sono anche io, che rivesto il ruolo della MAESTRA DI PRIMA CLASSE, è un compito di grande responsabilità perché raccoglie i piccoli Spiriti dell’Asilo per traghettarli nel mondo degli incarnati con grazia e discrezione seguendo i tempi di ognuno e cercando di favorire con la maggior efficacia possibile questo guado; un incarico che tutti riconoscono importantissimo e delicatissimo e che quest’anno, con grande emozione e senso di responsabilità io rivesto non senza una notevole tensione interiore.

Il primo giorno pioveva, erano quasi le nove e ancora poche famiglie si erano presentate, forse tutti speravano ancora di poter celebrare il rito di inizio nel giardino fiorito, ma quest’anno l’autunno è sopraggiunto anzitempo e l’11 di Settembre ci ha dato un assaggio della sua prematura venuta con una giornata uggiosa e impraticabile.

La festa ha avuto inizio con una introduzione musicale a cura dei due nuovi insegnanti di musica il brano scelto era “Somewhere over the rainbow” che esordisce dicendo che: “da qualche parte oltre l’arcobaleno, i cieli sono blu ed i sogni che osi sognare diventano davvero realtà”; per questo noi adulti cominciamo l’anno cantando per loro la bellezza della vita.

Poi la maestra di quinta ha scelto un brano meraviglioso scritto da R. Steiner che si intitola “Forgiando l’armatura” di cui riporto il magico testo per chiunque voglia goderne come noi abbiamo potuto fare quella mattina:

Mi rifiuto di sottomettermi alla paura
che mi toglie la gioia della libertà,
che non mi lascia rischiare niente,
che mi fa diventare piccolo e meschino,
che mi afferra,
che non mi lascia essere diretto e franco,
che mi perseguita e occupa negativamente la mia immaginazione,
che sempre dipinge cupe visioni.
Non voglio alzare barriere per paura della paura.
Io voglio vivere e non voglio rinchiudermi.
Non voglio essere amichevole per paura di essere sincero.
Voglio che i miei passi siano fermi perché sono sicuro
e non per coprire la paura.
E quando sto zitto,
voglio farlo per amore
e non per timore
delle conseguenze delle mie parole.
Non voglio credere a qualcosa
solo per paura di non credere.
Non voglio filosofare per paura
che qualcosa possa colpirmi da vicino.
Non voglio piegarmi
solo per paura di non essere amabile,
non voglio imporre qualcosa agli altri
per paura che gli altri possano imporre qualcosa a me;
per paura di sbagliare non voglio diventare inattivo.
Non voglio fuggire indietro verso il “vecchio”
per paura di non sentirmi sicuro nel “nuovo”.
Non voglio farmi importante
perché ho paura di essere altrimenti ignorato.
Per convinzione e amore
voglio fare ciò che faccio
e smettere di fare ciò che smetto di fare.
Dalla paura voglio strappare
il dominio e darlo all’Amore.
E voglio credere nel Regno
che esiste in me.

In queste poche righe si respira il coraggio e la forza cui noi maestri ci ispiriamo in un momento storico così complesso e di cui una scuola solo apparentemente “anacronistica” come la nostra è impregnata. Adoperarci per instillare questa scintilla di amor proprio generoso e audace nel cuore di ciascun bambino è lo scopo primo della nostra pedagogia e fin dal primo respiro, dal primo sguardo del mattino cerchiamo di farlo per tutto il tempo ed in ogni piccolo e semplice gesto.

La maestra poi ha il compito di chiamare ogni nuovo alunno a sé e gli donandogli una rosa, che poi andrà messa in un mazzo per simboleggiare la classe stessa, e così ho fatto, rassicurandoli vedendo nei loro occhioni tanta emozione e un po’ di timore; li ho raccolti e accompagnati in aula e ho raccontato loro una storia carica di aspettativa e di buonsenso per tutto quello che insieme faranno nella loro nuova scuola.

I bimbi di prima classe hanno iniziato un percorso in cui la loro maestra non li lascerà mai fino in ottava classe e adatterà i suoi modi, il suo linguaggio e il suo metodo ai diversi momenti della loro crescita ascoltandoli sempre e cercando di dar loro ciò che serve perché possano essere i migliori esseri umani che abiteranno il mondo e ne decideranno le sorti.

Vorrei tanto anche io aver frequentato una scuola Waldorf …

 

La maestra di prima classe

Barbara Dall’Olio

 

Rispondi